Agricoltura multifunzionale e sviluppo sostenibile della montagna

L’Onu ha proclamato il 2002 “Anno internazionale delle montagne”. Sono previste a tutti i livelli iniziative volte a promuovere lo sviluppo sostenibile delle zone di montagna, come condizione per assicurare il benessere sia delle popolazioni montane che di quelle che vivono a valle. Il coordinamento delle attività internazionali è stato affidato alla Fao, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura. Tale istituzione ha posto come obiettivo principale delle attività celebrative, che si svolgeranno nei prossimi mesi, la crescita della consapevolezza dell’importanza degli ecosistemi montani. L’insieme della società, è chiamata a considerare la promozione del patrimonio culturale e lo sviluppo sostenibile delle zone montane fondamentali per la qualità della vita della persona umana oggi e nel futuro. In tale ambito, anche nel nostro Paese è stato costituito un Comitato che coordinerà le iniziative che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale. L’Anno delle montagne, infatti, è un’importante occasione per affermare il valore delle zone montane della penisola, a partire dalle opportunità di sviluppo che in tali aree ci sono. Si tratta di integrare l’agricoltura multifunzionale e la gestione sostenibile delle risorse forestali, il turismo e la valorizzazione del patrimonio culturale, la protezione della biodiversità e lo sviluppo della filiera legno-energia, la manutenzione del territorio e la gestione razionale delle acque. Servono progetti di vero e proprio restauro del territorio, analogo a quello che si realizza per un’opera d’arte, capace di recuperare l’equilibrio spezzato tra il sistema naturale dei fiumi, delle coste, delle montagne con il sistema antropizzato delle città e delle infrastrutture. L’agricoltura multifunzionale può svolgere  un ruolo decisivo per ridisegnare nuove relazioni tra questi due sistemi, se si affrontano i problemi della valorizzazione delle risorse naturali con quelli dello sviluppo territoriale.

Dovremmo nuovamente tornare a creare paesaggi di qualità, la cui vera bellezza sta nel loro perfetto funzionamento, nel produrre beni di consumo ma anche senso di identità, nel garantire un corretto equilibrio ecologico ma anche un controllo dei fenomeni naturali.

Abbiamo bisogno di passare, dalla logica gerarchica tra le aree territoriali e tra i livelli istituzionali, a quella delle reti e di promuovere una cultura che faccia derivare le forme di governo dalle solidarietà collettive e dalle identità. Inoltre, dobbiamo restituire al sistema delle imprese la libertà di far coincidere l’interesse individuale con la produzione di esternalità positive, superando la logica dei divieti e sostenendo il senso di responsabilità.

Devono avanzare politiche decentrate, impostate su basi contrattuali pubblico-privato, volte a canalizzare i diritti individuali di proprietà in progetti collettivi territoriali. La bussola è il principio di sussidiarietà orizzontale, entrato ora a far parte della nostra Costituzione. Non ha senso dichiarare di voler perseguire lo sviluppo, se il primo atto che si compie – con politiche coercitive e stataliste – è quello di limitare il bene più prezioso che abbiamo, cioè la nostra libertà di decidere. Occorre pensare in termini di libertà sostenibile.

Siamo alla vigilia della revisione di medio termine di Agenda 2000. Le prospettive dell’allargamento dell’Ue ai Peco e il negoziato WTO, avviato a Doha, spingono verso scelte impegnative che vanno oltre i semplici aggiustamenti tecnici previsti dall’accordo di Berlino

L’Italia deve prepararsi a questo appuntamento con una strategia negoziale di ampio respiro. L’opzione fondamentale dovrebbe essere quella di operare una degressività degli aiuti diretti per accrescere le risorse finanziarie da destinare al rafforzamento delle misure di sviluppo rurale, che attualmente riguardano solo il 10 per cento della spesa agricola.

Nello stesso tempo, dovremmo mettere a punto una nuova serie di misure di sviluppo rurale. In questo modo gli agricoltori che attualmente beneficiano degli aiuti diretti potranno avere a disposizione un ventaglio ampio di opportunità, senza essere necessariamente penalizzati dalla riforma, ma sostenuti in modo diverso nella loro capacità competitiva. Si tratta di rafforzare nuovi strumenti convenzionali per incentivare i sistemi di qualità e la valorizzazione delle risorse territoriali. L’intreccio tra comportamenti, territorio e contratto è il modo più efficace, come le recenti esperienze di programmazione negoziata dimostrano, per ottenere risultati significativi sul fronte dello sviluppo e dell’innovazione.

In tale quadro la montagna potrà essere considerata un’opportunità, soprattutto se le azioni saranno accompagnate da una strategia più complessiva che riguardi la ricerca, la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e le attività formative.

Occorre un approccio sistemico, rendendo complementari, tutti gli strumenti che operano per lo sviluppo territoriale e puntando ad una coesione tra territori diversi, indipendentemente dalla loro densità abitativa, attraverso lo sviluppo diffuso di servizi alle persone e alle imprese in grado di accrescere le chances competitive delle differenti aree. Nello stesso tempo, vanno introdotti forti elementi di semplificazione e flessibilità, spostando il baricentro dei diritti dal posto di lavoro al mercato del lavoro e richiedendo all’imprenditore solo la capacità professionale e non più requisiti soggettivi fondati sul lavoro. Così si potrà favorire l’integrazione tra le economie più ricche, derivanti dalle attività sportive e del tempo libero, legate ai centri sciistici ed al sistema delle aree protette, e le economie della piccola e media impresa, da quelle agricole, silvicole e zootecniche a quelle di trasformazione e commercializzazione dei prodotti di qualità e di erogazione di servizi ambientali