Congresso Ds: un’occasione mancata

Il lungo confronto tra i Democratici di sinistra si è formalmente concluso con il Congresso di Pesaro, ma ha lasciato sostanzialmente aperte le questioni di fondo.

È mancato quel pizzico di coraggio in più per scegliere in modo netto di impegnare i Ds, immediatamente e contestualmente, in una duplice operazione politica.

Si trattava di assumere un impegno esplicito volto a proporre alle altre forze politiche dell’Ulivo di dar vita ad una stabile federazione di partiti, associazioni e singoli cittadini, allo scopo di definire sedi permanenti di elaborazioni, discussioni e decisioni sulle scelte che competono alla coalizione e regole per definire democraticamente programmi, candidature e leadership di governo.

Nello spesso tempo, si sarebbe dovuto raccogliere formalmente l’appello di Giuliano Amato diretto a promuovere con altri - partiti, movimenti, associazioni e singole personalità della sinistra italiana - la Costituente di un nuovo, unitario partito del riformismo socialista europeo, nell’Ulivo e per l’Ulivo.

L’impegno ad avviare simultaneamente questi due processi è rimasto evanescente per non urtare la suscettibilità di un partito refrattario a rivedere la propria cultura politica ed a mettersi in gioco.

Ma se i Ds si vogliono salvare da un inesorabile declino e la sinistra italiana vuole assumersi il compito di governare, cioè di costruire soluzioni praticabili alle problematiche profonde della società, è urgente porsi nella condizione di partecipare effettivamente al processo di rinnovamento del riformismo, a livello europeo, dove sono principalmente impegnati i partiti socialisti, e, nel nostro Paese, dove vanno intessendo la loro trama, le radici dei diversi riformismi italiani, socialista, popolare, liberal-democratico e ambientalista.

L’essenza del riformismo è nella capacità di una classe dirigente di dare una risposta progettuale ai drammi sociali del mondo contemporaneo. La grande illusione del marxismo era che la storia creasse un progetto. Non c’è alcun progetto nella storia. Ci sono domande a cui occorre dare risposte, in un senso o nell’altro. Ed il riformismo costruisce risposte ispirate ad un’alta concezione umanistica del progresso sociale, ma che si offrono, al tempo stesso, alla verifica della fattibilità.

Il riformismo socialdemocratico e liberale degli Anni Quaranta-Cinquanta è nato dai progetti sociali fabiani, dalle proposte economiche keynesiane, dai programmi di Beveridge.

Ma oggi quel riformismo va profondamente rinnovato perché le gloriose risposte che ha dato a metà del secolo scorso non sono più valide all’inizio del secolo nuovo.

Oggi abbiamo di fronte un capitalismo profondamente trasformato, ricco di un formidabile potenziale tecnologico e, a differenza di quello di Ford e di Charlot, sostenuto da un vasto retroterra di consenso sociale.

Inoltre, quel riformismo dette le sue risposte attraverso lo Stato ed entro i suoi confini: con la legislazione sociale che aveva creato le reti di sicurezza contro i grandi rischi della vita, con la pubblicizzazione dei servizi essenziali per garantirne l’accesso anche ai consumatori più deboli, con la modulazione dell’intervento pubblico nell’economia al fine di sostenere lo sviluppo e l’occupazione.

Oggi molti di questi strumenti si sono spuntati, perché i confini dell’economia non sono più quelli dello Stato e sviluppo e occupazione dipendono dalla interazione di fattori che hanno dimensioni più vaste. Nello stesso tempo, si sono frantumate le identità collettive prodotte dai processi produttivi ed è nata la “società degli individui”, ciascuno con lavori diversi, con aspettative diverse.

Oggi il riformismo deve fare i conti con eventi – come il terrorismo internazionale – che stanno modificando la vita di ciascuno e la nostra percezione della realtà.

L’11 settembre ha segnato la “rottura del limite”, la scoperta per milioni di uomini della vulnerabilità del pianeta. Ma ha dimostrato anche l’infondatezza della profezia di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”, proclamata subito dopo il crollo del Muro di Berlino. Mentre crollavano le Twin Towers, il mondo intero ha dovuto prendere atto che una nuova sfida minacciava l’Occidente, la quale non è meno radicale di quella lanciata dall’Unione Sovietica.

Il nemico, in questo caso, non è figlio della politica di potenza, ma sta “dentro” la nostra società, nelle maglie della società globalizzata. E va a colpire la fiducia nel domani che è elemento vitale in ogni società.

Se non si arresta la spirale terroristica, la recessione può facilmente dispiegarsi con tutto il suo carico di crisi sociale in termini di aumento della disoccupazione, di calo dei consumi e degli investimenti, di corsa ai beni rifugio e di diffusione del malessere tra i cittadini. Nessuno ha ricette da proporre, perché non si può nemmeno immaginare che cosa sia un’economia di guerra in una guerra asimmetrica.

La domanda più forte che viene dai cittadini, come è naturale, è rivolta alla sicurezza e ciò può determinare un consenso a politiche che assecondino le tendenze già in atto di chiusura delle ricche società occidentali.

D’altra parte, la scoperta, in Florida e a New York, di alcuni casi di carbonchio, malattia che può essere diffusa a scopo offensivo, ha suscitato l’allarme in un possibile attacco di tipo bioterroristico.

Ciò potrebbe rafforzare l’attenzione dell’Amministrazione americana verso le problematiche della sicurezza alimentare, ma in chiave protezionistica, accrescendo i conflitti coi i Paesi poveri interessati invece ad un ulteriore liberalizzazione del commercio mondiale dei beni e dei servizi in un quadro di regole condivise.

Dinanzi a questi eventi, due appaiono le risposte possibili: quella della destra che vorrebbe una globalizzazione governata dalla legge del più forte e dagli egoismi ed una politica di sicurezza per fronteggiare gli altissimi rischi di tale evoluzione fino al punto di sacrificare parte delle libertà fondamentali dei cittadini; oppure, quella della sinistra, che, attingendo ai valori etico-politici della civiltà europea, sappia proporre istituzioni e regole per globalizzare le libertà civili, i diritti, la democrazia, il rispetto della persona, la tolleranza, integrare le diversità culturali, mediante il dialogo e l’accrescimento sia del senso di una giustizia comune, che del valore del pluralismo, soddisfare le esigenze di sicurezza e promuovere lo sviluppo sostenibile.

In una “società degli individui” ed in un mondo ossessionato dalla percezione che qualsiasi rischio, anche il più catastrofico, sia ormai possibile, il grande tema delle libertà torna prepotentemente alla ribalta.

Per la sinistra si tratta di cimentarsi, ancora una volta, nell’amalgamare due grandi orientamenti culturali che l’hanno dominata nei due secoli successivi alla Rivoluzione francese: l’orientamento democratico-liberale del XIX secolo e quello socialista del XX. Entrambe queste correnti oggi sono interessate a definire e promuovere quel quadro di regole, di istituzioni, di interventi pubblici, il quale, senza interferire in modo intollerabile con la libertà di alcuno, offra la possibilità al maggior numero di persone di esercitare un’effettiva scelta di piani di vita. Libertà per molti, invece che libertà per pochi. Libertà eguale, insomma.

Il riformismo moderno deve porre al centro del suo progetto la condizione sociale dell’individuo. Tale condizione non è più determinata in modo decisivo dal rapporto che hanno le persone con la produzione di beni. La qualità della loro vita dipende di più dall’accesso alle informazioni e alle conoscenze, dalla libertà di scegliere gli alimenti in base alle proprie convinzioni culturali, etiche e religiose, dal rapporto con l’ecosistema, dalla capacità di rispondere alla domanda di diritti di cittadinanza delle donne, dall’organizzazione del tempo libero, dal rapporto con le burocrazie e gli apparati amministrativi.

Una sinistra riformista deve assumere i principi e gli strumenti del socialismo liberale per operare una critica più efficace dell’odierna condizione sociale. Come deve ricercare l’apporto delle culture personalistiche e comunitarie d’ispirazione religiosa che consentono di trarre dalle relazioni e dalle comunità in cui ciascuno è concretamente immerso – ad incominciare dalla famiglia – risorse decisive per migliorare la vita delle persone e il livello della civiltà sociale.

Questa evoluzione della cultura politica è possibile solo se i Ds si liberano di una presunzione di autosufficienza, di una concezione asfittica della sinistra italiana che la vede racchiusa nei confini, nelle pratiche e nelle consuetudini del vecchio Pci. Si tratta di prendere atto una volta per tutte che gran parte delle convinzioni, degli ancoraggi teorici e ideologici del Pci sono stati falsificati dall’esperienza.

Gli stessi meriti di quel partito e la sua diversità dal “socialismo reale” vanno lasciati agli studi storici e non ripresi più per rivendicare orgogliose differenze rispetto alle vicende degli altri soggetti politici, altrimenti diventano, dopo il crollo del comunismo nel mondo, lacci e alibi che impediscono ai Ds di fare il salto di qualità.

Per questo serve un processo costituente sia per il nuovo partito del riformismo socialista europeo, sia per federare l’Ulivo. Si tratta di favorire vere e solide innovazioni politiche, partendo dal basso e nell’ambito di limpide regole democratiche in cui si riconoscano non solo le formazioni politiche consolidate, ma anche le piccole aggregazioni e i singoli cittadini.

Solo se i Ds si dichiareranno disponibili a partecipare a questo duplice processo costituente, con la necessaria umiltà e senza mire egemoniche, l’Ulivo potrà avvalersi di quella cultura europea che consente ai socialisti di guidare molti paesi, dar vita ad un programma riformista all’altezza dei tempi e tentare di vincere di nuovo la sfida per il governo del paese.
 


da “L’Albatros” n. 4/Ottobre-Dicembre 2001