Le differenze tra la mozione Franceschini e quella Bersani

 

Nel partecipare alle prime riunioni congressuali del PD ho sentito alcuni affermare che tra la mozione Franceschini e quella Bersani in realtà non ci sarebbero differenze significative. E’ assolutamente falso! Chi lo sostiene vuole impedire un confronto politico sui contenuti.

Le differenze ci sono almeno su tre punti: la concezione del partito, l’assetto del sistema politico e il tema delle alleanze.
Ma si dice: “Di questi tre punti alla gente non importa niente. I cittadini vogliono sapere cosa il PD vuole fare sui temi del lavoro, delle politiche sociali, dell’immigrazione, della scuola. Se su questi punti programmatici i tre candidati alla segreteria dicono pressappoco le stesse cose, cioè quasi nulla che susciti l’interesse dell’opinione pubblica, questo congresso voi ve lo suonate e voi ve lo cantate!”
E’ un’obiezione che va smontata perché se il programma del PD è debole e non è allettante la causa va ricercata proprio nella mancanza di una salda visione del ruolo che deve svolgere il partito, dell’assetto del sistema politico e delle alleanze che vanno costruite.
Finora non vi è stato alcun impegno nell’elaborare un progetto politico-programmatico degno di questo nome perché quando si persegue l’obiettivo di formare coalizioni intese come comitati di liberazione contro Berlusconi o si continua a pensare che noi dobbiamo fare la sinistra e qualcun altro il centro e si va al governo, i programmi elettorali diventano puri atti formali destinati ad essere presto sacrificati alle logiche del ricatto tra i partiti per la mera sopravvivenza.
Il PD si potrà dare un progetto chiaro e comprensibile se decide cosa vuole essere effettivamente. E questa scelta passa attraverso un confronto serrato sulle questioni che differenziano le due mozioni principali.

 

La concezione del partito

Per quanto riguarda il partito, la mozione Bersani afferma che "la sovranità appartiene agli iscritti, che la condividono con gli elettori nelle occasioni regolate dallo Statuto". In sostanza, si afferma che il potere di decidere linea politica, leadership e formazione di un organismo collegiale rappresentativo (è questa la “sovranità” in un partito!) è degli iscritti e non più degli elettori del PD, come è avvenuto il 14 ottobre 2007.
La mozione Franceschini non propone di allocare diversamente questa "sovranità": dunque, se prevarrà, lo Statuto su questo punto non verrà cambiato.
La mozione Bersani vuole invece che la "sovranità" sia degli iscritti, intaccando la scelta "costituente" di quei tre milioni e passa di elettori italiani che hanno dato vita al PD.
Se gli elettori più attivi continueranno ad essere titolari della "sovranità", gli iscritti al partito sono espropriati dello loro prerogative? Niente affatto! Gli iscritti al partito restano i titolari della sua iniziativa politica, della sua elaborazione programmatica, dell'elettorato passivo per tutte le cariche dirigenti. Anche al congresso, sono gli iscritti che decidono le proposte di linea e di leadership individuale e collettiva da sottoporre al voto degli elettori.

L’assetto del sistema politico

 

Un’altra differenza di fondo è il tipo di assetto politico-partitico che si vuole affermare.
Franceschini ritiene che consolidando l’attuale assetto fondato su due grandi coalizioni, ciascuna organizzata attorno ad un partito egemone sarà più facile affrontare i tre principali problemi di cui soffre il paese: inefficienza economica; immobilità sociale; ineguaglianza crescente.
Per affrontarli ci vuole, infatti, una coalizione che abbia grande forza: forza in termini di consenso elettorale; forza in termini di radicamento sociale e territoriale; forza in termini di omogeneità politica e programmatica; forza in termini di legittimazione e saldezza della leadership. Se tutte queste componenti della forza non sono presenti contemporaneamente, alla vittoria elettorale segue la sconfitta nell'azione di governo, come è accaduto nel 1996 e nel 2008. La garanzia che i tre elementi vi siano è la presenza, nella coalizione, di un grande partito riformista che fornisce alla coalizione la base della cultura politico-programmatica, la leadership, due terzi del consenso elettorale necessario; tutti fattori che gli conferiscono capacità espansiva verso l'elettorato dello schieramento avversario.
Alla festa democratica di Genova Bersani ha affermato: "Non riesco a fare il segretario se non posso dire questa parola: sinistra. E il mio PD sarà un partito di sinistra, liberale e democratico". Nella sua mozione è scritto: "Non possiamo più confondere il bipolarismo .... con il bipartitismo". Nel discorso dell'Ambra Jovinelli: "Non deve, in premessa, esistere automatismo tra ruoli di direzione del partito e candidature a compiti istituzionali " (l'unico "automatismo", nello Statuto, è quello relativo alla carica di Segretario Nazionale e candidato Presidente del Consiglio). E ancora, nella mozione troviamo questo passaggio: "Una legge elettorale chiara e non stravolgente l'architrave costituzionale, da elaborare in collaborazione con chi crede ad un bipolarismo maturo...". Ma nel discorso all’Ambra Jovinelli Bersani ha sostenuto di volerla fare… " dialogando con tutte le forze politiche e parlamentari interessate ad opporsi ai rischi di deformazione della democrazia, insiti nel modello della destra”.
Le prime tre citazioni dimostrano un'incertezza abbastanza grave: si vuole un PD "di sinistra" e dunque rispunta l'idea della divisione del lavoro tra sinistra e centro, che è esattamente l'opposto della ispirazione che ha portato alla nascita del PD, partito di centrosinistra; si polemizza contro il bipartitismo che nessuno vuole lasciando intendere che sarebbe da superare una coalizione a partito dominante. E infine si vuole far cadere l'identificazione di Segretario e candidato-premier che è figlia diretta e legittima della funzione politica del PD come perno della coalizione.).
Le ultime due citazioni, relative alla legge elettorale, segnalano un’allarmante virata, a distanza di pochissimi giorni, su di un tema cruciale come la legge elettorale. Poiché è noto che le altre forze di opposizione di centro e di sinistra sono favorevoli a leggi elettorali proporzionali (in particolare, alla soluzione tedesca, magari con sbarramento ulteriormente ridotto, sotto il 5%), la eventuale soluzione "concordata" con loro non potrebbe certo rafforzare il bipolarismo tra coalizioni a partito dominante.
La mozione Franceschini ha su questo punto cruciale il pregio della chiarezza: non solo sul bipolarismo (..."difenderemo i principi del bipolarismo e dell'alternanza tanto faticosamente conquistati"), ma sulla sua qualità: "Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino, basato su di una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva; solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l'esperienza del PD, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti...". Una linea che si traduce in una coerente proposta di legge elettorale: ".... non torneremo indietro a scelte politiche né accetteremo leggi elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle alleanze...". E, più precisamente, Franceschini propone ".... il ritorno ai collegi uninominali". Dunque, legge elettorale maggioritaria uninominale di collegio.

Il tema delle alleanze

 

Anche sulle alleanze del PD con altri partiti di centro e di sinistra vi sono differenze tra le due mozioni. Franceschini afferma con nettezza la funzione "centrale" del PD nella coalizione che intende costruire. È infatti il PD – secondo questa posizione - la forza che può avere effettiva capacità espansiva nel campo avversario.
Del resto risulta del tutto evidente che se il PD sarà in grado, grazie al suo progetto, alla sua leadership, al suo radicamento sociale e territoriale, di "andare di là" - nell'elettorato di centrodestra - prendere due milioni di voti e "portarli di qua", allora il PD sarà anche in grado di attrarre nuove forze politiche a far parte di una stabile e credibile coalizione di governo.
Se il PD non sarà capace di questa "conquista", non saranno gli alleati potenziali - né di sinistra, né di centro - che potranno realizzare questa espansione del campo del centrosinistra. Questa funzione solo il PD può svolgerla perché è nato proprio con tale missione.