Agricoltura e politiche territoriali

I cambiamenti che hanno segnato il Mezzogiorno nell’ultimo decennio derivano essenzialmente da due fattori. Il primo riguarda il ridimensionamento delle vecchie politiche assistenziali, che ha indotto il radicamento di maggiori dinamismi nei gangli del tessuto produttivo. La seconda concerne l’accrescimento della vischiosità tradizionale dell’economia meridionale, dovuto al fatto che lo sviluppo non si è accompagnato con la qualità sociale.

Il sistema agricolo alimentare meridionale è pervaso da entrambi questi elementi. Da una parte, si è consolidato il primato a livello europeo sul piano qualitativo e quantitativo delle produzioni mediterranee, destinate prevalentemente a consumi elastici e ricchi. Dall’altra, permane la debolezza delle infrastrutture e degli impianti di trasformazione e commercializzazione e si aggrava la sottrazione di valore aggiunto, di opportunità occupazionali e di reputazione nel mercato, a danno della produzione primaria valorizzata da strutture collocate nel Centro-Nord.

E’ evidente l’esigenza di un rilancio delle politiche pubbliche per promuovere uno sviluppo di qualità in grado di rispondere alle esigenze di compatibilità ambientale ed alle nuove attenzioni dei consumatori nei confronti della sicurezza alimentare.

L’azione del nuovo governo è, per ora, quasi paralizzata dal contrasto tra un’anima “liberista” ed un’altra “assistenzialista”. Ed il conflitto tra queste due linee si è intrecciato con quello relativo all’attribuzione delle competenze delle politiche centrali per il Sud, contese tra i diversi ministeri. La paralisi ha investito anche il Dipartimento Sviluppo e Coesione e la società operativa Sviluppo Italia. Nel frattempo, emergono proposte per rilanciare gli investimenti e l’occupazione che non producono alcun impatto positivo per il Mezzogiorno e per l’agricoltura, con il rischio di aggravare gli squilibri. Inoltre, si è fatto un gran parlare delle infrastrutture, a partire da quelle relative all’uso razionale delle risorse idriche ed allo sviluppo dell’irrigazione, attraverso la promozione di opportune intese tra le Regioni interessate. E’ stato merito della Cia aver sollevato tale questione per affrontare rapidamente la crisi idrica che colpisce il Sud. Ma, al di là dei proclami, non si intravedono azioni concrete da parte del Governo.

Infine, non emerge la consapevolezza che occorre avviare una verifica di medio termine sulla programmazione dei Fondi strutturali 2000-2006, nonostante il ritardo con cui è partita. I punti da affrontare sono i seguenti: la connotazione settoriale di politiche che dovrebbero essere di sviluppo rurale ed invece hanno mantenuto per lo più una logica tradizionale; il rischio che molte risorse rimangano inutilizzate per carenza di disponibilità finanziaria da parte dei privati per il cofinanziamento; la necessità di un coordinamento del sistema di incentivi; l’attivazione di un lavoro più efficace per ottenere le riserve di premialità.

Uno sforzo eccezionale andrebbe compiuto per realizzare la complementarietà tra i molteplici atti di programmazione dello sviluppo territoriale (Psr, Por, Pit, Leader, Patti territoriali e Contratti di programma). Complementarietà intesa innanzitutto come integrazione efficace tra risorse, programmi e strumenti, nonché tra amministrazioni e strutture responsabili degli interventi nelle aree rurali. Complementarietà non solo nell’ottica di evitare duplicazioni, ma nel senso di assumerla come impostazione strategica della programmazione regionale. Si tratta di indirizzare interventi dei Por ad aree Leader vecchie e nuove al fine di completare azioni rimaste incompiute. Si potrebbe con Leader Più dare priorità ad aree ed interventi scelti nei Por per realizzare la componente immateriale delle azioni. Andrebbero individuati Gal come promotori di Pit e beneficiari di azioni previste dai Por; Patti territoriali come nuclei di Pit o questi ultimi come entità che si appoggiano ai Patti per evitare che ad ogni stagione si ricomincia da capo.>

Anche per questo motivo la programmazione negoziata, che ha mobilitato risorse nazionali per 2.500 miliardi solo nel 2000, non va liquidata ma traghettata a pieno titolo nella nuova programmazione regionale. Si tratta di strumenti essenziali per estendere e consolidare la pratica della concertazione sociale e del partenariato istituzionale. In concreto, occorrerebbe completare la decretazione per i Patti specializzati agricoli, fare chiarezza sui Contratti di programma già presentati e definire la presa in carico da parte delle Regioni della gestione di questi strumenti con appositi Accordi di programma.

Se rapidamente si faranno queste scelte, da parte del governo nazionale e delle Regioni, i dinamismi sociali di questi anni potranno incrociare quegli elementi politici e istituzionali necessari per qualificare lo sviluppo del Mezzogiorno.


da “La Nuova Basilicata” – 9 Settembre 2001